Elda Baggio di Medici Senza Frontiere: “A Gaza è un inferno. Due nostri medici sono stati uccisi ieri”

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Elda Baggio, medico chirurgo, vicepresidente di Medici Senza Frontiere. Da 13 anni lavora con Medici Senza Frontiere; ha svolto missioni in Yemen, Haiti, Gaza, Siria, Repubblica Democratica del Congo, Iraq, Burundi e Somalia.

La situazione a Gaza è drammatica: niente carburante, niente elettricità, niente cibo, niente acqua potabile, pochissime forniture mediche. Quali sono i problemi più gravi che devono affrontare gli ospedali di Gaza e come dovrebbero essere affrontati?
Gli ospedali di Gaza, pur non essendo tutti dello stesso livello, sono ospedali simili a quelli occidentali, dipendenti dalla tecnologia e quindi dall’elettricità. Già prima del 7 ottobre, gli abitanti di Gaza avevano disponibile l’elettricità 4 ore al giorno; quindi, gli ospedali, come anche le case, funzionavano grazie a dei generatori. Io sono stata nel 2018 a Gaza e noi per avere l’elettricità tutto il giorno in casa avevamo un generatore. Il problema dell’assenza di carburante fa sì che il generatore a carburante non va e quindi la luce non c’è. Ma non è tanto la luce quanto tutte le apparecchiature mediche. Ha fatto scalpore la foto di tutti i bimbi tolti dalle termoculle e messi l’uno vicino all’altro per scaldarsi.
Senza considerare i feriti di guerra, basta pensare ai malati che non fanno più la dialisi e muoiono di insufficienza renale, a chi ha problemi di insufficienza respiratoria ed ha bisogno di ossigeno o apparecchi elettromedicali che non si riesce a far funzionare. Dopodiché c’è un’enorme mole di feriti, per i quali è pressoché impossibile oggi come oggi ricevere le cure appropriate. Salvo in un paio di ospedali, come il Nasser Hospital a Khan Younis, dove è recentemente entrata un’equipe di Medici Senza Frontiere e anche la Croce Rossa, per gli altri lavorare è impossibile. La sala operatoria non va, i malati non si possono addormentare perché c’è bisogno di un respiratore che, senza elettricità, non va. Si può ventilare a mano, ma questo richiederebbe un operatore sanitario dedicato alla ventilazione per ogni singolo paziente in un contesto dove gli operatori sono pochissimi tra i palestinesi rimasti lì e il personale inviato da Medici Senza Frontiere.
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